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‘"Oggi pane, domani fame"

latifundi de soja a Brasil
Nel corso degli ultimi due anni abbiamo assistito, nel nostro complesso sistema economico, all'insorgere di una malattia. Abbiamo constatato che il sistema di distribuzione del cibo non è in grado di sfamare la popolazione del pianeta. E non certo per mancanza di risorse alimentari. Sappiamo ormai da anni che la quantità di cibo prodotto, a livello mondiale, è superiore a quella di cibo consumato, o di cibo che verrebbe consumato se fosse in grado di raggiungere tutte le bocche che dovrebbe raggiungere. La causa della malattia è in realtà il comportamento psicopata delle multinazionali alimentari. Nel documentario "The Corporation", scaricabile da internet, viene proposto un parallelo tra il comportamento delle multinazionali e la diagnosi di un paziente affetto da psicopatia, e combaciano alla perfezione. Queste enormi corporazioni prendono decisioni che provocano grandi conseguenze a livello mondiale, profitti astronomici per l'azienda e i suoi azionisti, ma anche importanti effetti collaterali per i quali però non si assumono alcuna responsabilità.

La crisi alimentare degli ultimi anni è stata largamente favorita dalla perdita progressiva di sovranità alimentare (vedi definizione nel riquadro). Come spiega la Xarxa de Consum Solidari (Rete del Consumo Solidale), la sovranità alimentare è un diritto umano fondamentale, nonostante subisca quotidianamente attacchi da più fronti: non solo esistono 852 milioni di persone al mondo minacciate dalla fame, ma i meccanismi economici e le conseguenze sociali della globalizzazione stanno mettendo in grave pericolo l'indipendenza alimentare della maggior parte dei Paesi del pianeta.

In un articolo dell'organizzazione "Via Campesina", che riunisce organizzazioni contadine e agricole in lotta di tutto il mondo, è spiegato chiaramente in che modo i Paesi più poveri hanno perso la capacità di nutrire la propria popolazione con i raccolti locali. Alcuni analisti hanno dato tutta la colpa dell'attuale crisi alimentare ai biocombustibili, alla domanda mondiale crescente o al surriscaldamento globale. Ma in realtà questa crisi è anche il risultato di molti anni di politiche distruttive che hanno danneggiato la produzione nazionale di alimenti obbligando contadini e contadine a dedicarsi solamente alle coltivazioni industriali per le compagnie transnazionali per poi acquistare i propri alimenti dalle stesse o altre multinazionali.

Nel corso degli ultimi 20-30 anni la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), e successivamente l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), hanno obbligato molti Paesi a ridimensionare gli investimenti nel settore alimentare e il sostegno ai contadini e ai piccoli agricoltori, che sono i veri elementi chiave della produzione alimentare.
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Potremmo essere portati a pensare che questa crisi alimentare interessa solo i Paesi più poveri. Ma c'è chi la pensa diversamente. Intorno a noi continuano a fiorire supermercati e ipermercati, mentre i piccoli negozi alimentari spariscono lentamente. Le grandi distribuzioni guadagnagno ogni giorno più potere, e a poco a poco stanno fagocitando la concorrenza. Nel suo libro "Difesa del Piccolo Commercio e Critica de 'La Caixa'"1 (ed. La Campana, 2005), Francesc Sanuy spiega dettagliatamente le strategie utilizzate da queste imprese per insediarsi nel territorio, ottenendo condizioni favorevoli dalle banche e dalle amministrazioni locali e pagare poche tasse sull'attività economica, e di conseguenza sui danni che questa comporta. Tale modello è molto simile al concetto francese di grande distribuzione. L'economista francese Christian Jacquiau ha studiato l'impatto sul territorio delle grandi catene di supermercati e lo spiega in un'intervista rilasciata a Illacrua, rintracciabile su http://supermercatsnogracies.wordpress.com

La campagna "Supermercats no gràcies", alla quale partecipano Rete del Consumo Solidale, Veterinari Senza Frontiere, Entrepobles, EdPac, Ingegneri Senza Frontiere, Osservatorio del Debito nella Globalizzazione, Campagna "Roba Neta" (vestiti puliti) e altre individualità e collettivi catalani, è una campagna di portata nazionale che nasce dall'osservazione e dell'analisi di queste problematiche. La campagna articola una critica ben strutturata della questione e suggerisce possibili soluzioni per prevenire gli effetti della monopolizzazione del settore alimentare nel nord del mondo da parte delle multinazionali. La campagna è impegnata anche sul fronte del recupero di sovranità alimentare delle popolazioni, tanto nel nord quanto nel sud del mondo. I due grafici servono a farsi un'idea del potere di queste corporazioni.

Parlando dell'aumento dei prezzi degli ultimi anni, dobbiamo prima di tutto chiarire di che tipo di aumento si sta parlando. Dobbiamo distinguere tra l'aumento del prezzo al consumatore e quello al produttore, e tra l'aumento dei prezzi in una regione specifica e quello nel mercato internazionale. In quest'ultimo caso ci riferiamo all'aumento dei prezzi su scala mondiale di alcune materie prime alimentari, che si ripercuote poi sul prezzo finale pagato dai consumatori. [1] Questi aumenti non hanno però alcun effetto benefico sui salari dei lavoratori agricoli...forse si perdono lungo la strada?

Le cause dell'aumento dei prezzi sono diverse: la liberalizzazione del mercato mondiale di alimenti di prima necessità, l'utilizzo di alcune di queste materie prime per la produzione di biodisel, e il modello agricolo stesso.

La tendenza al rialzo è anche una reazione di lungo periodo al ciclo discendente verificatosi tra il 1974 ed il 2001. Ma aumenti così bruschi in pochi mesi riflettono anche una causa finanziaria. Tra il marzo del 2007 e il marzo del 2008, in seguito ad un'iniezione di capitali nei mercati agricoli, il grano è aumentato del 130%, la soia del 87%, il riso del 74% e il mais del 53%. Il volume d'affari del settore è aumentato di cinque volte nell'Unione Europea e di sette volte negli Stati Uniti. I grandi investitori che fuggono a gambe levate dal dollaro e dai mercati immobiliari braccano ora da vicino gli alimenti di prima necessità del Terzo Mondo. [2]

Un esempio di questa situazione è ciò che accadde in Messico nel gennaio del 2007. Il Messico è la terra del mais, tanto che si possono contare centinaia di varietà di questa specie vegetale, alimento primario dei Messicani da generazioni. Nel 2007 si assistette ad un aumento del prezzo in seguito alla crescita della domanda di mais americano per la produzione di bioetanolo. In quel periodo il Messico importava dagli Stati Uniti il 30% del mais che consumava, e precisamente mais transgenico. Il mais utilizzato per la produzione di etanolo entrò così in concorrenza con quello esportato in Messico.

La liberalizzazione del mercato dei generi alimentari primari ha dato il via libera alle speculazioni. Un altro esempio è ciò che accadde in Indonesia nel gennaio del 2008. In quel periodo si assisteva ad un aumento del prezzo della soia, eppure la compagnia PT Cargill Indonesia conservò nei suoi magazzini di Surabaya 13.000 tonnellate di soia, aspettando che i prezzi raggiungessero vette da record. [1]

Il modello agricolo predominante, che da ora in avanti chiameremo agroindustriale, viene spacciato per un modello di produzione efficiente, un ulteriore passo in avanti per l'agricoltura sui principi della rivoluzione verde. Questo modello è stato ormai spinto fino al suo limite e ha portato con sé una forte dipendenza dal petrolio. Ma che cosa accadrebbe se il petrolio cessasse di essere una risorsa a basso costo? Sarebbe ancora così efficiente questo tipo di agricoltura? I fertilizzanti e alcune delle sostanze chimiche utilizzate nelle coltivazioni, così come i macchinari agricoli usati per la semina, il raccolto, la trasformazione, lo stoccaggio e il trasporto utilizzano tutti dei derivati del petrolio. Parte dell'elettricità necessaria per estrarre l'acqua ed irrigare i campi è generata da derivati del petrolio. I materiali plastici che compongono le serre e i tubi d'irrigazione, gli imballaggi e il trasporto delle materie nei mercati, richiedono derivati del petrolio. Il prezzo di tutte queste componenti aumenta ogni giorno. Materie plastiche come il polipropileno arrivano a costare il 70% in più rispetto al 2003, secondo i dati raccolti dal gruppo Grain (www.grain.org).

Questo modello nasconde altre ingiustizie oltre all'aumento dei prezzi. Da anni ormai ha trasformato anche il modello alimentare dei paesi industrializzati. Ha trasformato la produzione, orientandola verso un'agricoltura e un allevemento di tipo industriale, caratterizzati dallo sfruttamento di varietà ibride più produttive, ma di qualità nutrizionale molto bassa. Inoltre il livello di sfruttamento è molto maggiore rispetto al modello tradizionale, con numerosi macchinari alimentati a combustibili fossili e pochi lavoratori e lavoratrici.
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In tema di sfruttamento animale in Europa, è necessario porre l'accento sulla questione foraggio. Il foraggio è un composto di alimenti, uno dei quali è la soia geneticamente modificata, importata principalmente dall'Argentina. Le conseguenze di 10 anni di coltivazione di soia geneticamente modificata in Argentina (per conto della multinazionale americana Monsanto) sono spiegate chiaramente nel documentario "Fame di Soia" (2007). Tra le più gravi: l'impoverimento dei terreni, le condizioni dei lavoratori e lavoratrici, la proprietà della terra, le esportazioni e la perdita di sovranità alimentare del popolo argentino.

Un altro alimento largamente utilizzato nel foraggio è il mais, che è anch'esso un organismo geneticamente modificato. Nasce come alimento importato, ma si coltiva anche nei terreni europei: le coltivazioni si concentrano particolarmente nelle aree agricole aragonesi e catalane. Di fatto, queste zone sono state usate come aree di test per tutta l'Europa. Lo sapevate? Attualmente, le coltivazioni tradizionali ed ecologiche di mais sono state quasi annichilite dalle costanti contaminazioni. Il documentario "TransXgenia. La storia del verme e del mais" dipinge un quadro molto preciso della situazione catalana, della contaminazione delle colture e della promozione di queste sementi per conto delle aziende che le commercializzano. Anche il dossier "La Coesistenza Impossibile", pubblicato dalla Piattaforma No OGM e Greenpeace, descrive e analizza questo conflitto in maniera molto chiara e rigorosa.
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Le organizzazioni degli agricoltori e della società civile che esaminano tutti gli aspetti legati all'alimentazione sono ben consapevoli che gli interessi delle grandi multinazionali e quelli della gente comune sono diversi tra loro e difficilmente conciliabili. Le necessità della popolazione in tema alimentare possono essere così riassunte: alimentazione sana ad un prezzo accessibile e regolare, condizioni lavorative dignitose per chi lavora sui campi, conservazione in buono stato dei terreni coltivabili per alimentare le generazioni future. Quelle delle multinazionali invece? Fare più soldi possibile nel breve periodo, pararsi il culo prima della caduta degli altri mercati e mantenere il controllo delle risorse alimentari per esercitare pressioni sui governi nazionali.

E' per questo motivo che le organizzazioni contadine cercano in un modo o nell'altro di allontanarsi dal raggio di azione e dallo spirito di queste grandi corporazioni. In che modo? Non vendendo i loro raccolti alle multinazionali, riducendo al minimo l'acquisto di prodotti distribuiti da esse e cercando di assecondare le necessità alimentari della propria comunità. Sono organizzazioni che perseguono un'agricoltura rispettosa dell'ambiente (acqua, aria, suolo, biodiversità vegetale e animale) e dei lavoratori e lavoratrici dei campi. In sostanza, distaccarsi dal modello agroindustriale significa non accettare il principio "oggi pane, domani fame".

Per le organizzazioni civili catalane, prendere le distanze dal modello attuale significa anche elaborare una critica ben argomentata sull'agricoltura industriale e proporre alternative valide. In Catalogna esistono molte iniziative che mirano a questi obiettivi. Contadini e contadine impegnati per un'agricoltura e un allevamento equo e giusto per loro, per la terra, per gli animali e per i consumatori. Produttori, distributori, cooperative, associazioni, e gruppi di consumo locale, ecologico ed etico. Poco a poco queste iniziative stanno creando una rete agroecologica, con la collaborazione di organizzazioni divulgative, attività a conduzione familiare e cooperative impegnate nell'attuazione di questo modello alternativo.

Alla luce di quanto detto, crediamo che i problemi non possano essere risolti soltanto con qualche generosa donazione di tanto in tanto ai paesi più poveri, né tantomeno aumentando la produzione destinata all'esportazione per mettere ordine nel bilancio pubblico statale. Crediamo invece che l'unica via percorribile sia prendere il toro per le corna prima che ci travolga. Ciò significa produrre in modo diverso, distribuire in modo diverso e comprare in modo diverso. Tutte e tutti, a modo nostro, siamo parte del problema e possiamo essere anche parte della soluzione. Possiamo anche avere fiducia nelle capacità dei nostri politici, tenendo però bene a mente il disastro che le loro politiche hanno causato fino ad ora. Forse dovremmo tener d'occhio il loro operato più da vicino. Nel lungo periodo, chi trae i maggiori vantaggi dalle leggi che scrivono? In questo momento soprattutto è necessario seguire con attenzione gli sviluppi della proposta di legge presentata da "Som lo que Sembrem" (Siamo ciò che Seminiamo), un gruppo di iniziativa legislativa popolare "per una Catalogna libera da OGM". Stiamo all'erta.

[1] Precios en aumento. Cuando los árboles no dejan ver el bosque. Di Ferran Garcia, Marta G. Ribera e Miquel Ortega.
[2] La oportunidad del hambre di Claudio Katz. Rebelión (www.rebelion.org)
[3] Via Campesina (www.viacampesina.org) Maggio 2008

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